666 Park Avenue – Season 1 Ep. 1 e 2

Quello che mi ha attirato principalmente della serie 666 Park Avenue, è stato chiaramente il tema portante. Da quello che avevo letto in giro, mi ero fatto un’idea personale di quello che forse ci avrei trovato dentro, e devo dire che sinceramente la cosa non mi stava per niente dispiacendo…
Il problema però è che quello che mi stava interessando, differisce un po’ da quello che alla fine ci ho trovato dentro, e l’interesse si sta leggermente smorzando. Da quanto avevo letto al riguardo, anche se non ricordo esattamente dove, avevo compreso che il palazzo al centro della serie fosse una trasposizione edilizia del Faust. Pensavo quindi che fosse un posto in cui gli inquilini che ci vanno ad abitare, vedono 666pa1esauditi i loro più profondi desideri, in cambio ovviamente di quello che di solito viene chiesto in patti del genere da entità diaboliche. La cosa in effetti non si discosta molto, ma non avevo preventivato la presenza di una coppia fissa di protagonisti, nello specifico Jane ed Henry, che desiderosi di fare carriera ed avere successo, si trasferiscono a New York e trovano lavoro all’interno del Drake, un palazzo costruito nel lontano 1923, e che pare nasconda tetri ed oscuri segreti.
I due si ritrovano quindi ad avere uno splendido appartamento, ed a doversi occuparsi di un lavoro che in teoria potrebbe occupare pochissimo del loro tempo, come potevano non rifiutare? Ovviamente era tutto troppo bello per essere vero, e mentre i due cominciano a conoscere alcuni degli inquilini del palazzo, Jane comincia a sviluppare un feeling particolare con l’edificio, fino al punto da cominciare a fare strani sogni collegati col passato.
Naturalmente tutto ruota intorno al direttore del Drake, Gavin Doran (che molti di voi conosceranno meglio col nome di Locke) e di sua moglie Olivia, che pare tessano la rete dei destini degli inquilini del palazzo. Nel primo episodio infatti, è proprio Gavin che mette in chiaro le cose con il signor Barlow, a cui era stato imposto di dover eliminare alcuni elementi scomodi del panorama politico della città, per riavere al proprio fianco la moglie morta suicida qualche tempo prima. Si avete capito bene…
Nel secondo episodio invece, il riflettore passa sulla coppia Brian e Louise, commediografo spiantato lui, fotografa lei, che oscillano tra l’incidente della ragazza con l’ascensore, e la ragazza della finestra del palazzo di fronte che non disdegna di farsi guardare da Brian dalla finestra in qualsiasi momento della giornata.
Nel frattempo, Jane scopre un’infestazione di uccelli in un passaggio dietro al muro dell’appartamento di Barlow, che sembra magicamente sparito pare si sia improvvisamente trasferito. Il tutto la porterà nel seminterrato, dove oltre ad un mosaico raffigurante un drago, troverà anche una porta murata. E qui ci stanno molto bene le parole del disinfestatore, che saggiamente pensa che se qualcuno ha murato una porta, avrà avuto le sue buone ragioni…

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Gamer’s Diaries: PixelJunk Shooter Ultimate

Giorno 1

Ed è arrivato il nuovo aggiornamento del Psn Plus (o meglio, era arrivato, visto che è passato un mese), e che per la gioia di tutti ha portato un bel po’ di titoli (anche se non tutti proprio soddisfacenti ecco). Tra questi, PixelJunk Shooter Ultimate, in versione sia per Ps4 che per Ps Vita. Mi piacciono gli shooter, di solito, anche quelli un pochino particolari come questo qui. E’ simpatico, esteticamente carino, con controlli non troppo complessi, con dinamiche di facile apprendimento, ma soprattutto: è gratis (almeno per chi ha sottoscritto un abbonamento Plus al servizio online di Sony).


Giorno 3

Di per sé il titolo non è difficile, è il dover stare dietro a tutte le cose di contorno il problema. Scienziati, operai, tesori, passaggi segreti. Certo aggiungono un po’ più di sfida alle normali azioni quotidiane di una piccola navicella spaziale, che altro non desidera se non qualcosa in più da portarsi a presso mentre attraversa vulcani, caverne ghiacciate e le interiore di un non specificato mostro alieno. pj1La difficoltà chiaramente aumenta con il proseguire dei livelli, che per la cronaca sono sei capitoli di cinque stage ciascuno, ognuno dei quali poi si suddivide in ulteriori cinque livelli. Indubbiamente, completare PixelJunk Shooter Ultimate richiederà un pochino di tempo, e forse, anche non poche imprecazioni random in alcuni punti…

Giorno 4

L’aspetto colorato e simpatico che può avere il gioco, è una trappola, non fidatevi. Perché con questa estetica accattivante fa finta di essere un gioco tranquillo, ma in realtà farà uscire la bestia che è in voi. Che sia per una zona segrete persa o uno scienziato ucciso per sbaglio, prima o poi sarete costretti a ripetere uno stage da capo, e puntualmente sarà quello che avrete odiato di più fino a quel momento. Non oso pensare cosa possa essere l’online, che di certo non toccherò prima di aver terminato tutto il single player.

Giorno 8

No vabbé, è un delirio bello e buono. La parte che più darà noia del gioco, sono ovviamente i boss, vuoi perché serve un lasso di tempo necessario a capire come farli fuori, vuoi perché a volte sono così stronzi da colpirti di striscio, senza possibilità di schivare il colpo, e con la rotazione che decide di non funzionare. Non so da quante ore sono fermo al boss finale, che sta pensando bene di spruzzare così tanto liquido magnetico da riempire lo schermo, rendendomi così impossibile anche il solo spostarmi di due millimetri. E non è neanche l’ultima fase del combattimento…


Giorno 9

Ok, prendiamola con filosofia… Per ben due volte il boss finale è riuscito a colpirmi proprio quando gli ho inferto l’ultimo colpo. Fin qui niente di male, se non fosse che l’ultima volta che è successo, il gioco si è bloccato, costringendomi a riavviarlo tornando alla dash della console. Il
problema non sarebbe nemmeno molto grave, se non fosse che per colpa di questo giochetto, il sistema ha perso pj3il salvataggio che mi collocava all’ultimo livello dell’ultimo stage dell’ultimo capitolo… Mi sto innervosendo…

Giorno 9 #2

E’ morto. Incredibilmente è morto. Dopo innumerevoli tentativi, il boss finale è schiattato portandosi via tutte le mie maledizioni, e lasciandomi ovviamente ben 5 trofei legati al completamento dei vari collezionabili citati prima (l’attimo di panico infatti è stato molto doloroso). Non meno disturbate anche il livello bonus che si può sbloccare raccogliendo tutti i tesori. Qui si lascia indietro il gameplay visto fino ad ora, per passare ad un più classico shooter a scorrimento laterale, che possiamo definire gradevole come il piccolo cameo alla Space Invaders che si può giocare durante il boss tartaruga. Ho approfittato del livello bonus per testare il salvataggio dei video da PS4, appena deciderò di buttare il gioco, magari provo pure a fare qualcosina con lo Share Factory, e vediamo cosa ne esce fuori…

Giorno 11

Avevo provato la parte online appena terminato il single player, ma i tentativi di far funzionare il giochetto del cross-play tra Ps4 e Ps Vita era meramente fallito lasciandomi con una sola vittoria ed innumerevoli tentativi di connessione falliti. Ieri invece, la fortuna mi ha arriso, merito anche del supporto di un amico (il Bazzu) e dell’intervento di una giocatrice casuale incontrata durante la sessione (Lady Croft). Grazie a loro la deprimente parte legata al multiplayer online del gioco si è conclusa felicemente con un bel trofeo di platino, ma ciò non toglie che ha un gestione oggettivamente pessima. Il matchmaking se ne va spesso a “pene di segugio”, il lag è sempre dietro l’angolo, ed il gameplay perde molto rispetto rispetto alla controparte in singolo. In pratica, a non implementarlo, non ne avrei sentito minimamente la mancanza…

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Sankarea

Era un bel po’ che non guardavo un anime in generale, figuriamoci uno in originale sottotitolato (e per questo devo ringraziare/incolpare l’arrivo del Chromecast). I nomi dei generi di manga/anime ormai non sono più nel mio bagaglio di conoscenza, o probabilmente non lo sono mai stati realmente, quindi non so come classificarlo, se non come mi viene suggerito dalla rete: shōnen (che in teoria significa ragazzo, e dovrebbe indicare il target a cui sono destinati i manga e gli anime di questo genere).
Sta di fatto comunque che, sulla scia della moda del momento, gli zombie hanno un grosso riflettore puntato contro, soprattutto grazie al successo di The Walking Dead, ed incuriosito dalla trama, mi è capitato di vedere Sankarea. L’anime è composto da circa 12 puntate più un OAV prequel e due tematici (uno dal punto di vista di Babu, e l’altro che mette un po’ più in risalto Aria, la madre di Rea). Sankarea1Come la maggior parte delle produzioni del genere, è tratto dall’omonimo manga, che se non ho capito male dovrebbe essere ancora in corso.

[WARNING: spoiler ahead]

Nella buona tradizione nipponica, i protagonisti non nascondono per nulla le proprie passioni segrete, e scopriamo ben presto che il protagonista, Chihiro Furuya, ha una passione così spropositata per gli zombie tanto da sognare di avere un incontro romantico con un morto vivente di sesso femminile. Dall’altro lato, quello che può essere indicato come l’antagonista di questa storia, ha invece un amore un po’ troppo morboso per la figlia.
I due s’incontrano per caso, in un momento molto particolare per Chihiro, che dopo aver perso per un incidente il gatto Babu, prova a riportarlo in vita grazie ad uno strano libro trovato mesi prima a casa di un parente. I due fanno amicizia, e tenuto conto della situazione della ragazza non ci vuole molto a comprendere che gli eventi porteranno alla morte della ragazza ed alla successiva rinascita in forma di zombie senziente in grado di provare anche sentimenti umani.
Carino? Si, alla fine non è male.
Originale? Non proprio, ma almeno non è uno schifo come Zombie Apocalypse (di cui parleremo un’altra volta).
Ma se devo dirla tutta, il finale è leggermente deludente.
Nonostante l’argomento possa dare alcune aspettative, la componente horror non viene mai sfruttata come si deve o fatta entrare a dovere nella storia, anzi, lascia troppo spesso il posto a frequenti situazioni pseudo sentimentali, che visto il target, ci si dovrebbe aspettare in un numero nettamente inferiore. Nonostante ciò la storia scorre abbastanza in fretta, non ha eclatanti rivelazioni o colpi di scena, ma prende ed attrae abbastanza da far raggiungere l’ultimo episodio con la voglia di sapere come andrà a finire. Peccato che, come anticipato poco fa, il finale non sia proprio il massimo, e non chiuda la serie in una maniera “degna”. Per carità, mi è piaciuto, non posso negarlo, ma complice forse il lungo periodo di astinenza da anime, potrei trattato troppo con i guanti…

The Rains of Castamere

Quando mi fisso con qualcosa, di solito è finita… E quando succede, tendo ad informarmi su tutto, a fare ricerche finché non scopro tutto quello che c’è da sapere (o quasi). Principalmente vado a periodi, ma negli ultimi giorni non riesco proprio a togliermi dalla testa The Rain of Castamere. Per chi non sa di cosa sto parlando, quindi i pochi che non hanno ancora visto/letto nulla di Game of Throne di Martin (Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco), si tratta semplicemente di una canzone, che nella storia ha un suo perché ed uno specifico significato.

La leggenda/storia, narra praticamente le vicende trascorse tra la casa dei Lannister e quella dei Reyne. I Rayne ai tempi la seconda casata più importante dei Sette Regni, ma nelle mire di Lord Rayne c’era il desiderio di sorpassare i diretti concorrenti, e conquistare la vetta del Westeros. Preso anche lui quindi da una mania di compensazione, fece costruire un castello ancora più grande di quello dei Lannister a Castelgranito, e donò un diamante da sfoggiare alla propria moglie, dopo essersi assicurato che fosse più grande di tutti quelli posseduti da Johanna Lannister, moglie ovviamente di Tywin.

Nei Sette Regni, è risaputo, che dalle scaramucce infantili e da quattro soldi, ci vuole poco a passare alle stragi ed alle vere e proprie guerre. Ma il problema principale fu però che, il Lord di Castamere, pensò di doversi confrontare solo con l’allora Lord di Castelgranito, ovvero Titos Lannister, il padre di Tywin, considerato troppo debole per essere a capo di una famiglia così potente. La risposta alle sue azioni arrivò però dal figlio del Lord reggente, che marciò contro i Reyne e ne sedò la ribellione sterminandoli fino all’ultimo componente, donne e bambini inclusi. Tale evento fu anche considerato una specie di guerra fratricida tra leoni, perché entrambe le famiglie hanno come stemma quello di un leone, dorato per i Lennister, rosso per i Reyne.

Proprio per questo, la canzone gioca un po’ con le parole, soprattutto con la pronuncia tra “rains” e “Reyne”, ed infatti, i versi “now the rains weep o’er his hall”, assumo un doppio significato: il fatto che il castello sia stato dato alle fiamme e distrutto fino al punto che dal tetto le piogge entrano liberamente a bagnarne l’interno, ed anche il fatto che le sue sale siano piene dei corpi senza vita della famiglia Reyne.
La canzone inoltre è anche al centro di un particolare aneddoto, chiaramente successivo, durante il quale ad un altro lord con grilli per la testa, Tywin Lannister non mandò eserciti o saldati, ma si limitò ad inviare alla sua corte un bardo. Il bardo messaggero, arrivò davanti al lord ed eseguì Le pioggie di Castamere per i suoi ospiti, cosa che fu sufficiente per far cambiare idea al lord, e riassoggettarlo al potere dei leoni dorati.

Il testo originale è il seguente:

And who are you, the proud lord said,
That I must bow so low?
Only a cat of a different coat,
That’s all the truth I know.
In a coat of gold or a coat of red,
A lion still has claws,
And mine are long and sharp, my lord,
As long and sharp as yours.
And so he spoke, and so he spoke,
That lord of Castamere,
But now the rains weep o’er his hall,
With no one there to hear.
Yes now the rains weep o’er his hall,
And not a soul to hear.
And so he spoke, and so he spoke,
That lord of Castamere,
But now the rains weep o’er his hall,
With no one there to hear.
Yes now the rains weep o’er his hall,
And not a soul to hear

 

Questa invece, la traduzione, leggermente rimaneggiata rispetto a qualcuna che potrete trovare in rete:

 

E chi sei tu, il fiero signore ha detto,
Che devo chinarmi così in basso?
E’ solo un gatto con un mantello differente,
Questa è tutta la verità che conosco.
Con un mantello d’oro o con un mantello rosso,
Un leone ha ancora gli artigli,
E i miei sono lunghi e affilati, mio ​​signore,
Come lunghi e affilati sono i tuoi.
E così disse, e così parlava,
Questo signore di Castamere,
Ma ora le piogge piangono nella sua sala,
Con nessuno lì ad ascoltare.
Sì, ora le piogge piangono nella sua sala,
E non un’anima per sentire.
E così disse, e così parlava,
Questo signore di Castamere,
Ma ora le piogge piangono nella sua sala,
Con nessuno lì ad ascoltare.
Sì, ora le piogge piangono nella sua sala,
E non un’anima per sentire.

 

Ed infine, un piccolo video trovato in rete (Youtube ovviamente), che potrà farvi saggiare quello di cui abbiamo parlato fino ad ora. Enjoy.

Il peso delle parole…

Avete presente le frasi che molte persone dicono di noi o sul nostro conto quando tecnicamente pensano che non siamo lì ad ascoltare? (o che magari lo fanno di proposito proprio perché sanno che siamo a breve distanza auditiva…) Bene.
Di conseguenza, vi siete mai domandati quanto queste parole debbano essere pesate prima di farle uscire dalla propria bocca? Non dico le cose insignificanti, ma quelle di una certa entità, quelle che possono generare malintesi, equivoci, incomprensioni, o peggio ancora quelle che possono fare male, veramente male… quelle che possono ferire, o che in alcuni casi possono mettere il destinatario in una situazione non proprio gradevole davanti agli altri, ma anche davanti a se stessi. Beh, se non l’avete fatto, il più delle volte è perché, come direbbero Aldo, Giovanni e Giacomo, c’è qualcosa che non drena… Ma quando la cosa viene fatta con cognizione di causa invece, è decisamente peggio…

Mi viene in mente un po’ quella frase che gira da parecchio sui social network… Non la ricordo di preciso alla lettera, ma parlava delle malelingue che magari etichettano una ragazza madre come una poco di buono o di facili costumi, quando invece ignorano che è stata violentata; oppure quando si prende in giro la “persona robusta” perché si pensa sia dedita all’abitudine smodata di ingurgitare cibo, mentre magari c’è qualche altro problema alle sue spalle… Beh, che voi ci crediate o meno, quelle persone che voi etichettate hanno comunque dei sentimenti, e che siano nel giusto o nel torto delle proprie azioni, le vostre parole possono comunque fare loro del male, possono ferirli, se non anche segnarli nel profondo…
Non sono pochi ultimamente infatti, i ragazzi che per le parole forse un po’ troppo “da bulli” dei propri compagni, hanno preferito addirittura togliersi la vita… Cosa ne dite? Voi avete le spalle così grandi da prendervi in carico la responsabilità del suicidio di un’altra persona? Beh, magari pensateci la prossima volta che state per dire qualcosa alle spalle di qualcuno, perché non potrete sempre sapere con certezza quali saranno le conseguenze ed il peso delle vostre parole, e come potrà reagire la persona a cui le avete indirizzate…
Il pettegolezzo buttato in un angolo, la fesseria detta senza pensare che però qualcuno ha ascoltato, e che passando di bocca in bocca si è ingigantita a dismisura diventando tutt’altro, sono tutte cose che magari si cercano di far capire come sbagliate ai propri figli (del resto anche i cartoni animati sono pieni di esempi), mentre poi gira e rigira ci si ritrova ad essere la solita gallina del pollaio, che predica bene ma razzola veramente male…

Ovviamente io sono uno di quelli che non ci dorme la notte, altrimenti non starei qua a scrivere minchiate alle 3 di notte, dopo 12h in ufficio più altre 3 a casa a lavorare… Sono principalmente paranoico già di mio, ed anche se il mio occhio destro ha seri problemi di ipermetropia, per mia (s)fortuna ci sento benissimo da entrambe le orecchie, soprattutto quello che non dovrei sentire. Ho fatto seri danni quando ero piccolo, per qualcosa che non avrei dovuto sentire e che ho ripetuto alla persona sbagliata, e crescendo non è stato molto meglio… Ho commesso gli stessi errori, per carità, non lo voglio negare, però prima o poi ho capito… Adesso però, mi sa che la persona sbagliata stavolta sono io… O meglio io sono quello che non sa che dovrebbe sapere ma che sa e fa finta di non sapere, o che non sa e dovrebbe sapere mentre fa finta di non saper che sa di non sapere… o qualcosa di simile almeno… E se a volte non rispondo immediatamente ed a tono, non lo faccio perché “non so”, ma perché so (un po’ meglio da qualche tempo a questa parte grazie alla mia coscienza torinese) che quello che posso dire io, specie se nei momenti di ira e nervosismo, può essere veramente “brutto” (soprattutto perché è vero). Sono già piuttosto indisponente quando scherzo, figuriamoci cosa divento quando parlo seriamente e guidato dalla rabbia.

Del resto, se qualcuno ha affermato che di notte, prima di andare a dormire, Cthulhu controlla sotto il letto per assicurarsi che non ci sia io nascosto in agguato, beh un motivo ci pure sarà no? E come direbbe il mio buon amico Freddy Krueger: sogni d’oro a tutti, che s’è fatta na certa…