Dylan Dog – La nuova alba dei morti viventi

Dal mese scorso, terminata da un pezzo la Collezione Storica a Colori di Dylan Dog, La Gazzetta dello Sport arriva in edicola con un’altra collaborazione con Sergio Bonelli Editore. Ne avevamo sentito spesso parlare sui social ultimamente, ed anche su alcuni siti specialistici dell’argomento, ma per quel che mi riguarda non mi ero mai informato più del dovuto. E’ probabilmente di certo un mio problema, perché di solito, ove si parli di Dylan e di nuovi fumetti che lo riguardano, rischio di non essere proprio del tutto imparziale visto quanto ci sono affezionato, e aspetto l’uscita di quasi qualunque cosa con più fiducia del dovuto, ma come si dice… il primo fumetto non si scorda mai.

dyd2Come si sapeva, il primo numero della collana sarebbe stato un inedito, ed in particolare sarebbe stato il remake del primo storico numero con cui il nostro eroe è arrivato in edicola nel lontano 1986. Onestamente è inutile girarci tanto intorno, il remake ha ricevuto consensi ma è stato anche ampiamente criticato dal pubblico. Io ho avuto modo/possibilità/tempo di leggerlo solo l’altro giorno, e devo dire che ancora non ho elaborato completamente se alla fine dei conti mi sia piaciuto del tutto o meno… Del resto già l’impatto che ho avuto con la nuova collana è stato “strano”, ed anche se la fattura degli albi rispetta gli standard di qualità a cui le (ri)produzioni de La Gazzetta dello Sport ci hanno abituato, qualcosina da migliorare la si trova sempre. Per prima cosa, non mi aspettavo che i singoli numeri fossero così piccoli; solo 36 pagine (32 di fumetto effettivo), che per un fumetto americano di supereroi magari è normale, ma che sugli standard bonelliani è circa un terzo di una storia normale. Non ci sono informazioni sulla costina dell’albo, quindi niente numero, titolo o nome della collana; cosa che magari (ipotizzo) riesce ad abbassare i costi di produzione, ma che a livello estetico, una volta infilati in libreria, ad un collezionista/appassionato fa perdere non poca soddisfazione (si, sono cacacazzi pure su ste cose, ma anche l’occhio vuole la sua parte eh…).

Apprezzabili le biografie degli autori a pag.2, che in futuro però rischiano di non avere senso se uno o più di loro cominceranno a ripetersi in stile fotocopia nel corso della collana (vedremo infatti nel numero 4 in uscita in questi giorni). Idem per il Focus On nelle ultime due pagine, in cui uno degli autori viene “sviscerato” un po’ di più.

dyd5La storia? Beh, se dobbiamo essere pignoli, la storia in sé non è proprio un vero e proprio remake del primo numero di Dylan Dog, è più una visione veloce della storia ma da un diverso punto di vista. Seppur qualcuno a queste parole potrebbe sperare nel vedere l’incipit dell’Indagatore dell’Incubo visto tramite gli occhi di Xabaras o dalle comiche e distorte lenti degli occhiali con cui Groucho guarda la vita, dobbiamo deludere gli astanti confidando che il protagonista non è altro che la custodia del clarinetto di Dylan Dog. Quella stessa custodia che in un qualche modo ha salvato la vita ai nostri eroi alla fine dell’albo originale, e che in cuor suo aveva ancora qualcosa da raccontare (sempre se sia plausibile parlare del cuore di una custodia ovviamente…).

Le pagine scorrono veloci, i momenti che esse attraversano in fondo li conosciamo bene, e vederli in questa nuova veste venuta fuori dalle mani di Emiliano Mammucari (vedi Orfani), devo dire che non mi è per niente dispiaciuto, anzi è una delle cose che mi ha fatto apprezzare l’albo. Nonostante egli non sia un disegnatore “di ruolo” nella serie principale, il suo è uno dei migliori Dylan che io abbia visto. Certo… in viso il nostro somiglia leggermente a qualcun altro di nostra conoscenza, ma se si fa caso alle espressioni nelle varie tavole, si notano non pochi tocchi di classe. Un altro punto a favore, è stata sicuramente l’idea di fondo della trama, ovvero la storia raccontata da un oggetto, che in questo caso trovo molto azzeccata (e se per caso qualcuno si stia chiedendo di chi sia stata l’idea, potete attribuirla all’attuale curatore del personaggio, Roberto Recchioni). Alla fine comunque tutto ha un senso, tutto torna, ma allo stesso tempo lascia aperti ancora tanti interrogativi che a distanza di anni ancora ci girano per la testa, ed un quinto senso e mezzo ci potrebbe sussurrare che forse avranno da girare ancora per un po’ di anni (si spera eh…).

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Comics World: Dylan Dog 15 – Canale 666

E’ un tempo pesante. Scorre troppo veloce per riuscire a viverlo appieno, ma è anche troppo denso di cazzate fatte e ricevute per non fermarsi a riflettere. In ogni caso, lui continua, ed i cocci sono miei…

Nel frattempo, siccome tutto il resto non si ferma mai, è online il nuovo numero di Comics World, il numero 21. Al suo interno, ci trovate il mio pensiero bacato e complottista che ha letto di nuovo il numero 15 di Dylan Dog, “Canale 666”. Se non avete paura delle scie chimiche, dateci una lettura. Mahalo and give me a break.

Comics World press numero 21

Se poi la produzione vi è piaciuta e vi ha interessato (la rivista ovviamente, non la pseudo-recensione-complottista), qui trovate la pagina Facebook ufficiale: https://www.facebook.com/comics.worldpress, sono amici, sono bravi ragazzi, ed un “mipiace” non fa male di solito.

Chi ha tempo, non aspetti tempo… #2 Comics World Press Edition

E ci risiamo, perché siccome c’ho una memoria di melma, sono rimasto un attimo arretrato con le segnalazioni della regia per quel che riguarda le uscite di Comics World Press. Ne ho saltate due per essere precisi, e per l’esattezza il 19 ed il 20. Vi risparmierò tutti la vecchia manfrina del significato del tempo e menate simili, non perché non siano importanti, ma solo perché sti giorni non c’ho cazzi de fa er filosofo, e devo guardare alla sostanza ed alla praticità.

Il numero 19, di ben sette mesi fa, contiene la mia pseudo-recensione di Johnny Freak, numero 81 della serie regolare di Dylan Dog, uscito nel lontano Giugno 1993. E’ il mio terzo albo preferito in assoluto; sul podio insieme a Il lungo addio ed a Mater Morbi (ma questo forse l’avevo già detto). Questo albo è uno dei più famosi della serie, la storia è quindi di dominio pubblico, ma una rilettura ogni tanto fa sempre bene.

Comics World press numero 19

Il numero 20 invece, più recente perché uscito solo tre mesi fa, contiene la mia pseudo-recensione di Il Calvario, numero 335, quindi nettamente più recente rispetto a tutti gli altri trattati. E’ arrivato in edicola a Luglio dell’anno scorso (il 2014, per eventuali smemorati, portatori sani di Alzheimer ed inconsapevoli viaggiatori del tempo), e devo ammettere che narra una storia forte, a tratti dura, che si è guadagnata pienamente la mia approvazione (che so che conta come il 2 di coppe quando regna bastoni eh, non c’è bisogno che me lo ricordiate…)

Comics World press numero 20

Come sempre poi, vi ricordo che se la produzione vi è piaciuta e vi ha interessato (la rivista intendo, non le recensioni), qui trovate la pagina Facebook ufficiale: https://www.facebook.com/comics.worldpress, che potete consultare, “mipiaciare”, o persino stampare ed appendere in camera. Loro sono tutti amici, bravi ragazzi, e si impegnano molto per questo progetto, perciò fatece ‘n click, che male non vi fa.


PS: a posteriori, avvisiamo la gentile clientela che a breve provvederemo alla migrazione dei contenuti del sito DylanDoGrafia, piccolo progetto personale che stenta, per colpa mia, ad andare avanti, e che da ultimo è fermo grazie alla pessima sicurezza del servizio hosting… Porterò pian piano tutti i contenuti all’interno di questo blog (se li recupero), e se riesco, cercherò di portarli avanti. Dare retta a troppe cose contemporaneamente mi risulta eccessivamente difficile nell’ultimo periodo, ed il mio povero ed unico neurone già fa fatica a sopperire alle normali attività psico-motorie giornaliere, figuriamoci a far fronte ad attività extra e multitasking…

Sankarea

Era un bel po’ che non guardavo un anime in generale, figuriamoci uno in originale sottotitolato (e per questo devo ringraziare/incolpare l’arrivo del Chromecast). I nomi dei generi di manga/anime ormai non sono più nel mio bagaglio di conoscenza, o probabilmente non lo sono mai stati realmente, quindi non so come classificarlo, se non come mi viene suggerito dalla rete: shōnen (che in teoria significa ragazzo, e dovrebbe indicare il target a cui sono destinati i manga e gli anime di questo genere).
Sta di fatto comunque che, sulla scia della moda del momento, gli zombie hanno un grosso riflettore puntato contro, soprattutto grazie al successo di The Walking Dead, ed incuriosito dalla trama, mi è capitato di vedere Sankarea. L’anime è composto da circa 12 puntate più un OAV prequel e due tematici (uno dal punto di vista di Babu, e l’altro che mette un po’ più in risalto Aria, la madre di Rea). Sankarea1Come la maggior parte delle produzioni del genere, è tratto dall’omonimo manga, che se non ho capito male dovrebbe essere ancora in corso.

[WARNING: spoiler ahead]

Nella buona tradizione nipponica, i protagonisti non nascondono per nulla le proprie passioni segrete, e scopriamo ben presto che il protagonista, Chihiro Furuya, ha una passione così spropositata per gli zombie tanto da sognare di avere un incontro romantico con un morto vivente di sesso femminile. Dall’altro lato, quello che può essere indicato come l’antagonista di questa storia, ha invece un amore un po’ troppo morboso per la figlia.
I due s’incontrano per caso, in un momento molto particolare per Chihiro, che dopo aver perso per un incidente il gatto Babu, prova a riportarlo in vita grazie ad uno strano libro trovato mesi prima a casa di un parente. I due fanno amicizia, e tenuto conto della situazione della ragazza non ci vuole molto a comprendere che gli eventi porteranno alla morte della ragazza ed alla successiva rinascita in forma di zombie senziente in grado di provare anche sentimenti umani.
Carino? Si, alla fine non è male.
Originale? Non proprio, ma almeno non è uno schifo come Zombie Apocalypse (di cui parleremo un’altra volta).
Ma se devo dirla tutta, il finale è leggermente deludente.
Nonostante l’argomento possa dare alcune aspettative, la componente horror non viene mai sfruttata come si deve o fatta entrare a dovere nella storia, anzi, lascia troppo spesso il posto a frequenti situazioni pseudo sentimentali, che visto il target, ci si dovrebbe aspettare in un numero nettamente inferiore. Nonostante ciò la storia scorre abbastanza in fretta, non ha eclatanti rivelazioni o colpi di scena, ma prende ed attrae abbastanza da far raggiungere l’ultimo episodio con la voglia di sapere come andrà a finire. Peccato che, come anticipato poco fa, il finale non sia proprio il massimo, e non chiuda la serie in una maniera “degna”. Per carità, mi è piaciuto, non posso negarlo, ma complice forse il lungo periodo di astinenza da anime, potrei trattato troppo con i guanti…

Orfani 1 – Piccoli spaventati guerrieri

Orfani. Loro non fanno arte, fanno cadaveri, ed io faccio puntualmente ritardo, anche con loro.
Lo dico apertamente, non riesco ad essere molto imparziale su questo fumetto, e se continua così dubito di poterlo essere in futuro. Ne sono usciti solo cinque numeri (sei in realtà, cinque sono quelli che ho letto), mi ci sento già molto legato, ma se è per questo lo ero anche preventivamente fin da prima che uscisse, anche se per ragioni differenti da quelle attuali ovviamente.
Quando si cominciò a parlare ufficialmente di questa nuova serie Bonelli e si diffusero i primi “retroscena”, il nome e la sua genesi mi colpirono particolarmente. Come scrissi infatti in un piccolo post sul blog di GameStop (QUI), la serie è nata durante una partita di Dungeons & Dragons, e queste sono due grandi coincidenze, perché sempre giocando a D&D, più di dieci anni fa, nasceva invece dalle mie parti La Compagnia degli Orfani, un gruppo completamente disomogeneo e disastrato di avventurieri alle prime armi, che stavano per intraprendere un’avventura decisamente molto più grande di loro.
È risaputo che tutto trae ispirazione dalla fantascienza bellica in stile Fanteria dello spazio, etc., quindi sorvoliamo i preamboli ed arriviamo al dunque, tuffiamoci nella pagine che sono amabilmente a colori.

Numero 1: Piccoli spaventati guerrieri – Il primo è chiaramente un numero molto introduttivo, l’incipit classico di un’opera che plasma la sua ambientazione iniziale, un po’ come l’artista prepara la creta o i colori poco prima di cominciare a creare. Una buona storia di solito ha bisogno di un perché, in modo che gli eroi al suo interno possano muoversi con una motivazione valida, e le pagine di questo primo numero spiegano proprio questo, ci dicono perché i nostri eroi si trovano in questo oscuro momento della propria vita (come tutto il resto del mondo orfani1tra l’altro), e li presenta dinanzi al pubblico in tutta la loro eroica eroicità di fotuttissimi soldati di un’élite che voi nemmeno vi potete sognare. Del resto c’è poco da sindacare, loro sono fighi, sono forti, e fanno cadaveri. Li vediamo vivere due epoche differenti, una immediatamente successiva all’attacco alieno sulla terra, dove tutti hanno perso famiglie, parenti, amici, e dove in attimo, da semplici bambini quali erano, si sono ritrovati ad essere degli inutili orfani di guerra. Ma c’è un’altra faccia della medaglia, c’è l’altra epoca, che invece li vede invece già adulti, forti, addestrati ad essere non solo il meglio delle truppe terrestri, ma qualcosa di molto più potente. E beh… Ci riescono benissimo.
La copertina è di Massimo Carnevale, soggetto e sceneggiatura sono di Roberto Recchioni, e sono due autori su cui non c’è bisogno di dire una sola parola, perché se non li conoscete o non li avete mai sentiti nominare, o peggio ancora non vi piace quello che fanno, di sicuro non siete persone che potrebbero essermi simpatiche, e non voglio più avere niente a che fare con voi. I colori, a cura invece di Lorenzo De Felici ed Annalisa Leoni, lo ammetto, sono strani. Ma non strani, nel senso di strani, sono strani inteso come “mi fa strano vedere i colori in un fumetto Bonelli”. E’ difficile da spiegare, ma sono sempre stato abituato alla cosa che se un numero è a colori, vuol dire che c’è una ricorrenza; un numero tondo per esempio (100, 200, etc.), o che sono passati tot anni dal primo numero, e via dicendo. Il vederli regolarmente ogni mese su una testata sarà una cosa a cui mi dovrò abituare, ma sarà un sacrificio che farò volentieri. In ogni caso, il lavoro è ottimo, e riempie (in senso lato) alla perfezione i tratti di Emiliano Mammucari, che oltre ad essere il disegnatore, è anche creatore dell’opera insieme a Recchioni, ma che ve lo dico a fare…

Io comunque vi avviso, se ve lo state perdendo, siete proprio delle brutte persone.

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